|
NAPOLEONE A MARENGO, FORTUNA E GIOCO DI SQUADRA
La vittoria avvia la modernizzazione agricola trasformando l'Italia in granaio dell'Europa e riserva finanziaria della Francia Il 14 giugno 1800 l'esercito del Primo Console, inferiore di numero, riesce a ribaltare una sorte che sembrava segnata. Gli austriaci si sentono così certi di avere la giornata in pugno da rallentare l'inseguimento: un errore che pagheranno caro.
Domenica 14 giugno 1800.All'alba tre grosse colonne di fanti, cavalieri, con al seguito pesanti cannoni trainati da cavalli e buoi, escono da Alessandria in silenzio. L'esercito austriaco in Italia, al comando dell'anziano generale Melas e al servizio di Francesco II, attraversa il fiume Bormida e si dirige verso un piccolo villaggio dove li aspetta il nemico, altrettanto stanco e male in arnese. E' l'armata di Riserva della Francia repubblicana. La guida il Primo COnsole, un ambizioso, spregiudicato ed emergente trentenne, Napoleone Bonaparte, il cui nome da quattro anni comincia a circolare nelle corti europee. Quel villaggio si chiama Marengo . borgo sconosciuto ma destinato a diventare un luogo del mito. Intorno alle sue case e nella piana che si estende a oriente, per un giorno intero infurierà la battaglia che accompagnerà per quindici anni le sorti d'Europa e farà la fortuna di Napoleone. Nella prima fase dei combattimenti, fino alle due del pomeriggio, i francesi resistono a Marengo. Gli austriaci sono così certi del successo che si disperdono nel saccheggio, rallentando l'inseguimento. Nel tardo pomeriggio, giungono sul campo le truppe di Desaix. Questi, coetaneo e amico di Bonaparte, riorganizza il contrattacco davanti al borgo di San Giuliano, prendendo di sorpresa un nemico ormai troppo sicuro di sè. Un'improvvisa carica da parte degli stanchissimi cavalieri di Kellermann, poco più di duecento uomini, getta il panico fra il nemico, che fugge in Alessandria. La battaglia di Marengo è vinta. Perché Bonaparte vince a Marengo? Che cosa fa differenza fra il successo e la sconfitta, in una battaglia celebrata fra i suoi trionfi più famosi, ma anche così sofferta e stentata? Certamente non una superiorità tattica o tanto meno tecnologica da parte francese. E dunque? A Marengo, Bonaparte vince per due ragioni. Perché ha ideato, pianificato e condotto una campagna geniale: imprevedibili e veloci, i movimenti strategici del Primo Console hanno tagliato fuori l'armata austriaca dalle proprie linee di comunicazione con le Venezie e con l'Austria. Se la leadership di Napoleone non brilla di luce particolare a Marengo e a vincere la battaglia toccherà ai suoi intelligenti subordinati, efficacissime e di sconcertante modernità saranno, invece, le abilità di manager e di straordinario comunicatore che egli metterà in luce nello sfruttamento del successo militare. "Io ero a Marengo" diventerà il motto con il quale anche il più umile fante potrà rivendicare con orgoglio la propria presenza là dove si erano fatti la Storia e il Mito. Con Marengo la costruzione del mito decolla e, da quel momento, non cessa più di autoalimentarsi. Dopo Marengo, nessun ostacolo si frappone fra il Primo Console e la corona imperiale: con quello che potremmo definire un capolavoro di marketing, Bonaparte è già diventato Napoleone.
I CAMPI DI BATTAGLIA
Le truppe dei due eserciti erano così schierate: gli austriaci al comando del generale Melas tra Alessandria e il fiume Bormida; i francesi al comando di Bonaparte sulla strada Alessandria-Marengo-Tortona. Gli austriaci avanzarono verso Marengo superando il fiume e marciando su tre colonne. Intorno alle 9 del mattino avvenne il primo contatto tra gli eserciti.
I PROTAGONISTI
Napoleone Bonaparte (1769-1821) Primo Console e futuro imperatore dei Francesi
Louis-Charles-Antoine Desaix (1768-1800) Amico di Bonaparte, morirà guidando il vittorioso contrattacco francese
Jean Lannes (1769-1809) Resiste per ore sul fianco destro, diventerà maresciallo nel 1804
Claude-Victor Perrin (1764-1841) Tiene Marengo contro forze superiori, diventerà maresciallo nel 1804
Michael von Melas (1729-1806) Comandante austriaco in Italia, vecchio, malandato e stanco
Josef Radetzky von Radetz (1766-1858) A Marengo giovane e attaccabrighe ufficiale di cavalleria, diventerà il Radetzky delle Cinque Giornate
Adam von Neipperg (1755-1829) Giovane ufficiale a Marengo, venti anni dopo diventerà amante e poi marito di Maria Luisa, seconda moglie di Napoleone
TATTICHE MOLTO SIMILI
A dispetto di tanti luoghi comuni ripetuti dalla vulgata napoleonica, l'esercito francese e quello austriaco impiegano a Marengo tattiche sostanzialmente simili, facendo entrambi ricorso al settecentesco e tradizionale schieramento lineare della fanteria. La superiorità austriaca in cavalleria (anche sul piano qualitativo) e nel numero di cannoni è poi indiscutibile. In generale, le guerre napoleoniche non vedono avanzamenti sostanziali nella tecnologia degli armamenti. Da una parte e dall'altra, ci si batte con il tradizionale moschetto ad avancarica e a canna liscia, ingombrante, impreciso e così lento a caricarsi che un soldato in battaglia è bravo quando riesce a sparare un colpo al minuto. I cannoni, anch'essi ad avancarica e a canna liscia, sono in bronzo (90% rame e 10% stagno), pesanti e perciò difficilmente riposizionabili. Il sistema d'artiglieria francese è marginalmente migliore di quello austriaco , al quale peraltro si è ispirato il suo inventore e consulente di Luigi XVI, Jean Baptiste de Gribeauval.
FANTI,CAVALIERI E CANNONI
A Marengo il 14 giugno 1800 l'armata francese può contare su circa 19mila fanti, 3.500 cavalieri e solo 23-25 cannoni, parecchi dei quali di piccolo calibro o catturati al nemico, perché la maggioranza dei pezzi francesi sono stati bloccati davanti alla fortezza di Bard e non hanno fatto in tempo ad arrivare. Altri 5mila uomini - quelli al comando del generale Desaix, distaccato giorni prima verso sud-est sulla via di Novi - giungono alla fine della battaglia rovesciandone le sorti, mentre i 3mila al comando del generale Lapoype, distaccato verso nord, non saranno disponibili per l'intera giornata. L'armata austriaca conta 22mila fanti, oltre 7mila cavalieri e circa 60-70 cannoni, circa tre volte il numero di quelli francesi. La battaglia è equilibrata a anche le perdite si equivalgono: poco meno di mille morti e più di 5mila feriti per gli austriaci, oltre a quasi 3mila prigionieri. I francesi hanno fra i 700 e i 900 morti e circa 5mila feriti.
(estratto da "Il Sole 24 Ore" del 15 agosto 2008)
ALESSANDRIA...
Chiesa di Santa Maria di Castello (piazza Santa Maria di Castello - IX sec.)
Già documentata in un atto del 1107, faceva parte del nucleo fortificato di Rovereto, preesistente alla fondazione di Alessandria. Nella zona archeologica: i resti di murature di due edifici più antichi di epoca altomedioevale: una chiesa ad aula (VIII-IX sec.) una seconda di impianto triabsidale collegabile a modelli carolingi.
Chiesa di San Giacomo della Vittoria (via San Giacomo della Vittoria - XIV sec.)
Eretta dopo la battaglia che nel 1391 vide l'esercito alessandrino comandato da Jacopo Dal Verme e Andreino Trotti opporsi vittoriosamente alle truppe francesi del conte d'Armagnac. All'interno: affresco raffigurante una "Madonna del latte" (1395), attribuito al pittore lodigiano detto "Maestro di Ada Negri".
Cittadella (borgo Cittadella - 1728/1745) Sorge sulla riva sinistra del fiume Tanaro nell'area occupata dall'antico villaggio di Bergoglio. Voluta da Vittorio Amedeo II, fu realizzata su progetto di Ignazio Bertola e completata dagli architetti G.B. Borra, A. Papacini d'Antoni, L. PInto, F. De Vicent. Qui ebbe luogo l'insurrezione capeggiata da Santorre di Santarosa del marzo 1821 e nel 1833 fu imprigionato il mazziniano alessandrino Andrea Vochieri, poi condannato a morte.
Palazzo Ghilini (piazza della Libertà 17 - 1732)
Sede di Prefettura e Provincia. Autentico gioiello del barocco piemontese, costruito su progetto dell'architetto astigiano Benedetto Alfieri per conto del Marchese Tommaso Ghilini. Definito "il vero palazzo reale della città", fu alienato nel 1805 al governo francese, passò ai Savoia, poi, dal 1869, ospitò gli uffici di Provincia e Prefettura.
Cattedrale di San Pietro (piazza Giovanni XXIII - 1857/1877)
Dopo un primo progetto di gusto neoclassico, opera di Leopoldo Valizone (1810), la nuova cattedrale fu realizzata secondo modelli bramanteschi di Edoardo Arborio Mella (1875-1879). Sorge sull'area dell'antica chiesa-convento domenicana di San Marco, già sede dell'Inquisizione. Sostituì il duomo antico, edificato nel XIII secolo nell'attuale piazza della Libertà e fatto abbattere da Napoleone Bonaparte nel 1803. Il campanile, su progetto dell'architetto Giuseppe Boidi-Trotti, fu realizzato a partire dal 1889 e completato solo nel 1922.
Museo del Cappello Borsalino (via Cavour 84 - XX sec.)
Collocato nella storica Sala Campioni del Palazzo Borsalino, il museo comprende i campioni di tutti i copricapo prodotti dallo stabilimento a partire dal 1857, anno di fondazione, sino ai nostri giorni. L'esposizione propone ai visitatori circa 2.000 cappelli delle più diverse forme e colori esposti negli storici armadi disegnati da Arnaldo Gardella. Sono stati catalogati e scelti gli oggetti che hanno segnato le fasi della produzione, con la consapevolezza e lungimiranza di tutelare la storia, il patrimonio estetico e culturale dell'azienda.
Villa di Marengo (Località Marengo - 1844/1847)
La villa e il parco furono realizzati tra il 1844 e il 1847 da Giovanni Antonio Delavo per ricordare la vittoria napoleonica del 14 giugno 1800. Nel parco sono ospitati la cappella-ossario, che raccoglie i resti dei caduti della battaglia, e il busto del generale Desaix. Nel cortile della villa: statua di Bonaparte Primo Console (opera di Benedetto Cacciatori, 1847).
...E DINTORNI
L'ACQUESE
Estremo vertice meridionale della Provincia di Alessandria che sembra puntare diritto verso il Mar Ligure, i cui benecoli influssi ne rendono mite il clima, l'Acquese si presenta paesaggisticamente vario, circondato da una corona di colline adagiate sulle valli dell'Erro, dell'Orba e del Bormida. In questo territorio i Romani edificarono un fiorente centro commerciale e un lussuoso luogo di soggiorno con palazzi e piscine che sfruttavano già allora le proprietà termali delle sorgenti. Non solo Acqui in ogni modo, bansì anche suggestivi borghi antichi come Cassine, Strevi, Terzo, Bistagno e Spigno.
Acqui Terme
Fondata dai Romani nel II secolo a.C. con il nome di Acquae Statiellae (dai Liguri Stazielli), acquisì nel tempo sempre maggiore importanza per la qualità delle sue sorgenti termali e per le capacità terapeutiche dei fanghi. Simbolo della città è la Bollente, ottocentesca edicola marmorea sotto la quale sgorga sulfurea a una temperatura di 75 gradi, con la portata di oltre 500 litri al minuto. Acqui offre ai turisti resti di una storia importante, a partire dalle tracce archeologiche romane, come il teatro, la necropoli e le terme, ma anche la basilica di origine paleocristiana dedicata a San Pietro, la cattedrale consacrata nell'XI secolo e numerosi palazzi seicenteschi e settecenteschi.
L'abbazia di Sezzadio
La chiesa abbaziale di Santa Giustina, la cui prima edificazione risalirebbe al 722 per volontà del re longobardo Liutprando, è il miglior esempio di romanico di tutto l'alessandrino, con la struttura a tre navate e il prospetto in cotto. Interessanti gli affreschi del XIV e XV secolo e il mosaico pavimentale dell'XI secolo della cripta. Secondo la leggenda vi nacque Aleramo, capostipite dalla dinastia degli Aleramici che dominò queste terre intorno al Mille.
IL CASALESE
Il fascino del Casalese e dei territori del Basso monferrato risiede nella bellezza e nell'armonia delle colline, nei colori autunnali e nella perfetta geometria dei vigneti, nel verde dei boschi di castagni e di roveri che si inerpicano sui pendii, nella solitudine di valli spesso remote e di borghi arroccati che hanno come sfondo montagne innevate. Il Basso MOnferrato, la cui capitale indiscussa è Casale, si estende per tutta la zona settentrionale della provincia, fra la sponda merididionale del Po e il fiume Tanaro.
Casale Monferrato
Casale e il Monferrato sono stati protagonisti nei secoli delle vicende politiche, belliche e dinastiche del Piemonte. Molte le famiglie illustri che ne hanno determianto la storia - gli Aleramici, i Paleologi, i Gonzaga e per ultimi i Savoia - elevandola a capitale artistica e culturale di una zona strategicamente importante. Numerosi quindi i resti di un passato glorioso: la cattedrale romanica di Sant'Evasio, la chiesa in stile tardo-gotico di San Domenico, la settecentesca Santa Caterina; gli splendidi palazzi come quello rinascimentale di Anna d'Alençon o i baroccheggianti palazzo Treville, Sannazzaro e Gozzani di San Giorgio, ora sede del Comune. Meritano una visita anche la Sinagoga e l'annesso Museo, che evidenziano lo stretto rapporto che la città ha sempre avuto con la comunità ebraica.
IL TORTONESE
Terra di mezzo tra la Pianura Padana e l'Appennino Ligure, il Tortonese ha nella propria storia una sorta di permanente dualismo che lo vede sottoposto al dominio milanese fino alla metà del XVIII secolo e nello stesso tempo legato commercialmente e culturalmente con la vicina Liguria. Un territorio che dal punto di vista morfologico risulta il più vario della provincia di Alessandria: comprende, infatti, la pianura in cui scorre lo Scrivia, con il capoluogo Tortona, le colline limitrofe note per i vini di qualità, e i verdi paesaggi delle Valli Curone, Grue e Ossona.
Tortona
La storia di Tortona ha radici antiche, con la nascita del borgo ligure preromano Derthona e la successiva annessione all'impero romano in occasione della costruzione nel 148 a.C. della Via Postumia che univa Piacenza e Genova. Tra le prime città in Italia a diventare libero comune, fu distrutta dal Barbarossa nel 1155, seguì le sorti del ducato di Milano a partire dal 1347 finché con il trattato di Vienna del 1738 entrò a far parte degli stati sabaudi. Tortona conserva numerose testimonianze a partire dai resti romani, passando per la chiesa di Santa Maria Canale, documentata nel 1151, il gotico palazzo Guidobono, la cinquecentesca cattedrale e il palazzo vescovile, la torre del castello, fino all'ottocentesco teatro civico.
IL NOVESE
Cerniera tra il Piemonte e la Liguria, il Novese si estende dalle estreme propaggini dell'Appennino Ligure verso la Pianura Padana variando i propri paesaggi dal verde delle colline al giallo de campi coltivati a cereali, passando per le geometrie dei vigneti. Zone storicamente legate a Genova di cui hanno costituito per secoli l'entroterra viario e commerciale, così come testimonia l'atributo "ligure" che accompagna il nome di molti comuni. Questo territorio stretto tra Le Valli Scrivia e Lemme conserva anche le tracce della dominazione romana: l'area archeologica di Libarna, città fondata lungo la Via Postumia e citata nella Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, è una delle più estese d'Italia.
Novi Ligure
Il nome della città è collegato alla leggenda dei "nove" castelli che sarebbero sorti tra le valli dello Scrivia e quella del Lemme mentre l'appellativo "ligure" rimanda al lungo dominio della Superba che si protrasse dal 1447 al 1815. Il Novese rappresenta anche il luogo tradizionale di villeggiatura per i genovesi che nei secoli hanno costruito case e ville spesso di grande prestigio. Novi, sede dal 1626 della Fiera del Cambio dove arrivano mercanti da ogni parte d'Europa, conserva pregevoli affreschi e facciate di edifici storici dipinte, a volte con suggestivi trompe l'oeil e finte architetture, com'è possibile ammirare nelle centrali via Gramsci, via Roma e in piazza Dellepiane.
L'OVADESE
Territorio legato con la Liguria e ad essa unita storicamente, l'Ovadese offre un patrimonio paesaggistico tra i più suggestivi della provincia di Alessandria: in queste terre che si estendono tra l'Orba e lo Stura, i morbidi rilievi dell'Alto Monferrato si fondono con i caratteri dell'Appennino Ligure in un susseguirsi di prati, boschi, cascine, borghi e fortificazioni. I castelli costituiscono un'autentica testimonianza delle alterne e secolari vicende che si sono susseguite nel Medioevo su questi crinali e valorizzano un panorama già di per sé ricco: da quello di Trisobbio a Casaleggio Boiro con il maniero più antico risalente al X secolo.
Ovada
Le prime notizie di Ovada, importante tappa lungo la via del sale, risalgono al X secolo. Intorno alla metà del Duecento si lega sempre più a Genova, alla quale spesso verrà contesa per via della sua importanza strategica nelle vicende commerciali e militari. Passeggiando per le vie del centro storico è possibile ritrovare la disposizione urbanistica tipica dei carruggi genovesi, testimonianza di un passato che ha lasciato numerosi segni negli edifici della città, dagli oratori del Battista e dell'Annunziata che conservano gruppi lignei del Maragliano a palazzo Spinola che prospetta sulla piazza di San Domenico. .
|